Amici?

Amici?Lucia era sempre stata una bambina molto timida, che difficilmente faceva amicizia con gli altri bambini, per cui non era stata particolarmente felice all’idea di trasferirsi in un’altra città. Il primo giorno nella nuova scuola Lucia chiese alla mamma di non accompagnarla fino al portone perché ormai era in quarta elementare e non voleva che gli altri bambini la prendessero in giro perché si faceva ancora portare a scuola dalla mamma. Già presentarsi davanti alla sua classe a metà anno scolastico sarebbe stato traumatico per lei, dato che la prima impressione era fondamentale per farsi apprezzare dai propri compagni, ma fornire loro un pretesto per prendersi gioco di lei non l’avrebbe di certo aiutata a farsi dei nuovi amici.
Con lo stomaco in subbuglio e le gambe tremanti, Lucia arrivò davanti alla porta della sua classe, fece un profondo respiro e bussò, prima di entrare in quella che, nella sua mente di bambina, credeva essere la fossa dei leoni. Dopo aver raccontato alla classe chi era e da dove veniva, venne fatta sedere su l’unico banco libero, vicino ad Amanda, una bambina all’apparenza molto gentile e che sembrava felice di avere una nuova compagna di banco.
Durante la ricreazione Lucia seguì Amanda nel cortile dove tutti i bambini, stretti nei loro cappottini, si stavano divertendo a costruire dei pupazzi di neve. Mentre Amanda e Lucia giocavano a lanciarsi delle palle di neve, quest’ultima vide un bambino in disparte che cercava di rimettere insieme quelli che dovevano essere i resti del suo pupazzo. Quello che colpì Lucia fu l’espressione triste e rassegnata che il suo volto esprimeva. Probabilmente qualche bambino dispettoso si era divertito a distruggere il suo piccolo capolavoro personale.
«Chi è quel bambino?» domandò incuriosita ad Amanda, incapace di togliergli gli occhi di dosso.
«Ah, quello. Nessuno di importante». Amanda cercò di convincere Lucia ad andare da un’altra parte, ma lei sembrava come ipnotizzata da quel bambino che, un mucchietto alla volta, stava cercando di ricostruire il suo povero pupazzo di neve.
«Andiamo a dargli una mano» propose alla sua compagna, ma questa scosse la testa decisa.
«Lascialo perdere, me l’ha detto anche la mia mamma. E poi se vai da lui gli altri bambini se la prenderanno anche con te» le rivelò lei a disagio, guardandosi i piedi. «Sono stati loro a distruggere il suo pupazzo di neve».
«Perché? Cos’ha fatto di male?» La bambina era piuttosto scioccata.
«Non lo so. La mamma mi ha solo detto di stare lontano da lui. Non mi ha detto il perché».
Lucia la guardò per un momento e poi le voltò le spalle, dirigendosi verso il bambino e fermandosi proprio davanti a lui.
«Ciao, io sono Lucia e tu?» Per la prima volta Lucia mise da parte la sua timidezza.
Il bambino alzò lo sguardo e la guardò confuso.
«Stai dicendo a me?» chiese diffidente. Solitamente nessuno si avvicinava a lui, tranne per giocargli qualche scherzo di cattivo gusto.
«Sì, certo. Come ti chiami?» insisté nuovamente lei, rivolgendogli un ampio sorriso, che però non venne ricambiato.
«Riccardo» l’accontentò squadrandola. Non gli sembrava il tipo di bambina che si divertiva a fare i dispetti agli altri, ma in quella scuola non si poteva mai dire. Fino ad ora tutti avevano sempre evitato di parlare con lui, perciò trovava strano che quella bambina lo degnasse di così tanta attenzione.
«Senti, Riccardo, perché ce l’hanno tutti con te?» Troppo curiosa di conoscere la verità, Lucia lasciò da parte l’imbarazzo che provava ogni qual volta parlava con qualcuno che non conosceva.
«Perché ho due papà» rispose lui con sincerità, abbassando però la voce.
«Due papà?» Lucia lo guardò sorpresa. Come si poteva avere due papà? Non le sembrava possibile.
«Sì. La mia mamma è morta pochi mesi dopo che sono nato e il mio papà era molto giù. Tre anni fa ha incontrato Giorgio e ha smesso di essere triste, però la gente non lo capisce.
Per questo i bambini a scuola mi prendono sempre in giro e nessuno vuole mai giocare con me». L’interesse di Lucia e il suo dolce visino spinsero il bambino ad aprirsi con lei. Nessuno si era mai preso la briga di parlargli senza prendersi gioco di lui.
«L’hai mai detto al tuo papà?»
«No, non voglio che torni ad essere triste di nuovo. È così felice adesso».
«Ma tu non mi sembri felice, però» constatò la bambina. A quelle parole Riccardo chinò il capo avvilito e si rimise a lavorare al suo pupazzo.
«Non importa» mormorò con voce appena udibile.
«Sì, invece. Perché non lo dici alle maestre?» propose allora Lucia. Le erano sembrate delle persone molto gentili e premurose e di sicuro avrebbero aiutato volentieri il povero Riccardo.
«Anche loro ce l’hanno con me. L’altro giorno le ho sentite parlare mentre stavo tornando dal bagno. Dicevano che è una cosa inaccettabile e immorale che i miei papà vengano a prendermi a scuola e si mostrino in pubblico». Una piccola lacrima scese dal volto di Riccardo, ma lui l’asciugò subito, sporcandosi il viso di neve. «Non so nemmeno cosa vuol dire “immorale”. So solo che le persone ci indicano sempre per strada. Credono di sapere tutto ma in realtà non sanno un bel niente. Pensano che sia un male per me avere due papà che si vogliono bene, ma l’unica cosa che mi fa stare male sono proprio loro, le persone che ci parlano dietro e che ci guardano come se stessimo facendo qualcosa di sbagliato».
«Gli adulti a volte sanno essere proprio stupidi» commentò Lucia, dopo aver visto la sua espressione amareggiata. «Sai cosa ti dico? Che mi siedo qui con te» e iniziò ad aiutarlo a rimettere in piedi il pupazzo di neve.
«No, non farlo. Se la prenderanno anche con te» esclamò Riccardo agitandosi. Quella bambina gli stava simpatica e non voleva che gli altri trattassero male anche lei.
«Non mi importa niente degli altri e poi così saremmo in due a farci compagnia. Chi ha bisogno di loro?» Il suo tono era deciso mentre continuava ad aggiungere neve al pupazzo.
Il bambino la guardò stupefatto.
«Amici?» chiese lei togliendosi il guanto e porgendogli la mano.
«Amici!» rispose lui stringendogliela felice.
Alcuni bambini, che si erano voltati quando Lucia era andata a parlare con quel bambino che mal sopportavano, li guardarono schifati, mentre altri sorrisero, pensando che avevano una nuova vittima di cui occuparsi, ma questo a Lucia non importava. Anche se nei mesi seguenti venne presa di mira da alcuni bambini, lei continuava a ignorarli. Riccardo, dal canto suo, era così felice di avere un’amica che si preoccupasse di lui da non avere più bisogno di altro. Insieme i due bambini erano in grado di sopportare ogni presa in giro e lui non si sentì più solo. Poco a poco gli altri bambini, vedendo che non c’era più soddisfazione nel prendersela con loro, smisero di torturarli e li lasciarono finalmente in pace, ma Riccardo e Lucia, che da quando erano diventati amici non avevano più occhi per nessun altro, non se accorsero nemmeno.

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